Manigolde, un progetto di riuso di abiti vintage per ambiente e società
I laboratori per il reinserimento di persone con disabilità e donne detenute
MODENA. «Matteo Ward dice una cosa bellissima: “Imparate ad innamorarvi dei vostri vestiti”. Inizialmente pensavo si riferisse a un aspetto puramente materiale, invece no. Un vestito può aiutare a ricordare un momento importante del passato oppure, se prestato a un amico, può diventare il simbolo di un legame e di un gesto di fiducia. Innamorarsi dei propri vestiti significa anche prendersi cura di sé stessi e dell’ambiente, evitando di acquistare capi prodotti attraverso lo sfruttamento del lavoro o l’utilizzo di materiali tossici e di scarsa qualità».
Questa è l'interpretazione di Gaia Barbieri, volontaria del progetto Manigolde, sul pensiero dell’ attivista e conduttore della serie televisiva “Junk”, Matteo Ward. Manigolde è un’iniziativa nata nel 2020 all’interno dell’associazione ONG Manitese Finale Emilia. Il progetto si sviluppa attraverso laboratori di sartoria circolare, basati sul riuso e la trasformazione di capi vintage provenienti dal mercatino del riuso di Finale Emilia, con l’obiettivo di ridurre la sovrapproduzione di tessuti e materiali. I laboratori rappresentano inoltre un’importante opportunità di reinserimento socio-lavorativo sia per persone con disabilità sia per donne detenute.
Come nasce “Manigolde”?
«Il nome nasce da un brainstorming svolto poco prima dell’avvio del progetto. Manigolde significa letteralmente “mani d’oro”: un’espressione usata per indicare una persona abile, ma anche qualcuno che, pur avendo commesso errori, ha la possibilità di rimediare grazie a una seconda opportunità. È proprio questo il senso del progetto. Abbiamo registrato il marchio fin da subito per evitarne la copia, anche perché in molti ci avevano detto quanto fosse originale. Il logo, invece, è stato realizzato da una giovane studentessa di design di Ferrara».
Perché avete scelto di lavorare con le persone detenute?
«Questa è una domanda che ci viene posta spesso e la risposta è semplice: perché no? L’idea di lavorare nel settore femminile del carcere, con l’intenzione di estendersi in futuro anche a quello maschile, nasce dal desiderio di una volontaria di Manigolde di trasmettere l’arte della sartoria a chi ha poche possibilità. Inoltre, lavorare in carcere significa contrastare l’idea della detenzione come mera punizione. Come stabilisce l’articolo 27 della Costituzione italiana, le pene devono tendere alla rieducazione. Questo progetto vuole anche far conoscere una realtà spesso ignorata, stimolando una riflessione ».
Da dove nasce la passione per ridare vita ai vestiti?
«La passione nasce dal mercatino di Manitese. Ogni settimana riceviamo capi inutilizzati che vengono controllati, selezionati e lavati dalle volontarie. I pezzi più interessanti vengono portati in laboratorio, dove iniziano il processo di trasformazione. Su un punto, però, siamo molto rigorosi: i lavori devono essere eseguiti con cura. Non accettiamo prodotti di scarsa qualità solo perché realizzati da persone con disabilità o da detenute. Proprio grazie a questo approccio professionale stiamo iniziando a essere riconosciuti anche come formatori».
Cosa direbbe a chi è titubante nell’indossare capi prodotti da persone con disabilità o da donne detenute?
«A chi ha questo pregiudizio mostrerei le condizioni in cui vengono realizzati i vestiti di molte aziende del fast fashion, che producono collezioni a ritmo settimanale. In quei contesti vengono spesso sfruttate persone, talvolta anche minorenni, per oltre dodici ore al giorno. La domanda che pongo è semplice: sapete chi ha fatto i vostri vestiti?».
*studenti del Liceo Venturi, classe 3ª R
