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Parola a don Erio: «La Chiesa aperta al mondo»

di Lisa Ferramosca e Fabrizio Frigieri*
Parola a don Erio: «La Chiesa aperta al mondo»

Il Vescovo Castellucci: «Ci sono principi che non possono cambiare. La pace è centrale, non possiamo adeguarci alla guerra»

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MODENA. Il ruolo della Chiesa nella società contemporanea è complesso e profondamente variabile. A spiegarlo è Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena-Nonantola e Vescovo di Carpi, che ha vissuto esperienze in diverse parti del mondo e riflette il presente ed il futuro della Chiesa.

«Al servizio delle persone»

«L’impatto della Chiesa varia molto da luogo a luogo, da cultura a cultura, da nazione a nazione – sono queste le parole di don Erio che continua nel suo intervento – Sono stato quasi nove anni fa in Ciad, dove il cristianesimo è praticamente inesistente; dove ci sono piccole comunità in territori enormi. L’impatto è molto limitato, però queste comunità non si scoraggiano: portano avanti l’annuncio del Vangelo e l’assistenza a molte persone».

Una realtà distante anni luce dalla presenza strutturata di Paesi come l’Italia, dove la Chiesa continua a mantenere un profilo evidente attraverso parrocchie, scuole, oratori e attività caritative. «Negli ultimi decenni, soprattutto con il pontificato di Papa Francesco, si è sviluppato uno stile che, anche dove la Chiesa ha grandi strutture, non mira a prevalere o occupare spazi, ma a mettersi al servizio delle persone. Qui a Modena e Carpi, ad esempio, ci sono molte parrocchie – circa 160 complessivamente – che offrono servizi educativi, di assistenza e soccorso alle persone povere, attività sicuramente apprezzate dalla società. Non c’è più l’idea di una Chiesa che si impone: è una Chiesa che cerca di proporsi», spiega.

I giovani e il senso della vita

Tra i temi più delicati c’è il rapporto con i giovani, spesso percepiti come distanti dalla fede. «In Italia e in Occidente c’è un progressivo disinteresse, ma secondo me è più disinteresse per l’istituzione che per la spiritualità. Ci sono molti giovani che coltivano domande sul senso della vita. Alcuni le trovano nella Chiesa, altri in altre religioni, altri ancora in percorsi personali senza religione. Però queste domande restano e spesso si manifestano anche nelle relazioni quotidiane con amici e persone care. Non vedo un abbandono della spiritualità, anche se i numeri della pratica religiosa calano. C’è sempre meno giovani in Italia perché nascono meno bambini, ma nella maggioranza cercano di impegnarsi nel quotidiano e di dare un significato alla loro esistenza».

Il futuro della Chiesa, secondo Castellucci, passa anche dalla capacità di rinnovare il proprio linguaggio e i propri strumenti, senza abbandonare i principi fondamentali. Ecco ancora le parole di Castellucci che spiega: «Ci sono principi della fede che non possono cambiare, come il tema della pace: la Chiesa non può adeguarsi alle follie delle guerre. Allo stesso modo, la cura del creato è un aspetto fondamentale, trasmesso anche nelle scuole e nelle parrocchie. Altri temi, come la famiglia o la vita, sono meno condivisi, ma ciò che deve cambiare è il modo di comunicare e relazionarsi. Oggi è fondamentale coltivare relazioni dirette con le persone, soprattutto giovani che vivono situazioni di solitudine e relazioni a volte deludenti. La Chiesa deve essere presente nelle relazioni umane quotidiane e anche nel mondo digitale. Io non sono un nativo digitale, ma capisco che per i giovani internet e i social sono ambienti reali di relazione. La Chiesa deve imparare a usarli, senza paura, come si fece con la stampa di Gutenberg, la radio o la televisione».

Emerge così l'immagine di una Chiesa dinamica, chiamata a rinnovarsi e a dialogare con una società in rapido cambiamento, senza perdere la propria identità ma adattando linguaggi e strumenti per restare vicina alle persone e alle loro esigenze.

*studenti del Liceo Venturi, classe 4R

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