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La denuncia

Emergenze casa, la storia di Stefania: «Per insegnare vivo con la famiglia in un bed & breakfast»

Di Andrea Marini
Emergenze casa, la storia di Stefania: «Per insegnare vivo con la famiglia in un bed & breakfast»

Persi 140 docenti in fuga per affitti esorbitanti. «Trovare casa è impossibile. Con la famiglia viviamo in una bed & braekfast che ci porta parte buona parte dello stipendio. Lo faccio perché amo questo mestiere»

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MODENA. Nell’agenda 2026 comprendente le 12 sfide che attendono la città, e di conseguenza chi la amministra, pubblicata nei giorni scorsi, il tema della Casa è sicuramente ai primissimi posti, se non al primo. I costi esorbitanti di affitti, complice la speculazione che è sotto gli occhi di tutti, per non parlare del mercato immobiliare pone chiunque abbia intenzione di stabilirsi a Modena perché qui ha trovato lavoro, o anche voglia costruirsi una famiglia, nella condizione di rinunciare o peggio ancora scappare. Lo raccontiamo oggi – 6 gennaio – in queste due pagine con una storia che è la cartina di tornasole della situazione.

La denuncia di Cisl

La prima storia arriva dal mondo della scuola. «Il provveditorato di Modena lo scorso settembre non è riuscito ad ingaggiare 140 docenti di sostegno specializzati da inserire nella scuola primaria. E sapete perché? Perché trovare una casa in questa provincia è diventato maledettamente impossibile per un insegnante. Chi ha i titoli e può scegliere se ne va in un’altra regione. Sì, è un’emergenza sulla quale invito tutti a riflettere». Carmelo Randazzo, leader di Cisl Scuola Emilia Centrale, introduce così una storia incredibile, figlia di un sistema dove un docente al servizio dello Stato non viene considerato abbastanza affidabile dai locatari. Men che meno se ha con sé un figlio piccolo. Risultato: non si trovano docenti di sostegno di ruolo e specializzati, quei 140 posti sono coperti eroicamente da insegnanti precari senza particolare formazione. «Il problema casa per un insegnante che arriva a Modena è devastante e ci sta costando la perdita di tanti bravi professionisti», accusa Randazzo: con uno stipendio di 1.500 euro non ti puoi permettere gli affitti pazzi e, se anche sei disposto a svenarti, usando i risparmi di una vita, la casa non la trovi con un contratto precario.

La storia di Stefania

Lo dimostra la storia di Stefania (nome di fantasia), poco più che trentenne, siciliana di Catania, specializzata nel sostegno e con una grande passione per l’insegnamento. Lo scorso agosto ha partecipato alla “mini call veloce”, lo strumento con cui lo Stato prova a reclutare docenti specializzati dopo l’esaurimento delle graduatorie. A fronte di oltre 140 posti disponibili, Stefania è stata una delle pochissime ad accettare Modena. Tre, quattro casi in tutto. Stefania viene assegnata ad una primaria di Marano sul Panaro. Mancano pochi giorni al suono della campanella, si mette subito alla ricerca di un appartamento in affitto. «Mio marito è un libero professionista, avevamo solo il mio contratto a tempo determinato perché sono in prova. Non è bastato. Abbiamo visitato oltre una decina di appartamenti, fatto infinite telefonate e la storia è stata sempre la stessa – racconta la docente –: molti appartamenti sono stati destinati ai tecnici di alcune grandi aziende. In quelli rimasti liberi i proprietari vogliono garanzie, ci chiedono quasi sempre due contratti a tempo indeterminato che non possiamo esibire. Ho proposto cospicue caparre ma niente da fare. Essendo precaria e con una bimba piccola, i padroni di casa temono che, in caso di insolvenza, non riuscirebbero più a sfrattarci. Sospetto che l’essere meridionale abbia aggravato il tutto». E così Stefania e la sua famiglia da agosto abitano in un bed & breakfast che si porta via buona parte dello stipendio. «Non è servito a niente nemmeno spiegare che finito quest’anno di prova sarò a tempo indeterminato, se tutto andrà bene. I miei colleghi si sono dati un sacco da fare per aiutarmi, ho trovato una comunità a dir poco accogliente ma quanto sta accadendo deve far riflettere». Stefania ama il suo mestiere. «Insegnare qui è favoloso. Sono arrivata con la certezza che avremmo costruito le basi per rendere più forte la nostra famiglia e, invece, davanti a me trovo una situazione assurda e con tante umiliazioni. Eravamo pronti ad accettare anche un locale monovano, 850 euro al mese per meno di 48 mq. Niente da fare, anche lì le garanzie non sono bastate. E’ andata meglio ad altre colleghe ma solo perché non hanno figli. Si sono svenate pagando 6-700 euro al mese una stanza ma almeno il problema del tetto l’hanno risolto». L’epilogo è scontato: da Marano e da Modena Stefania sa che dovrà andarsene alla fine dell’anno scolastico. «A febbraio non potremo più restare nel b&b dove siamo adesso. Dovremo cercarne un altro e, poi, a giugno tireremo le somme. Senza una casa, senza una stabilità, diventa difficile anche per mio marito impiantare il suo lavoro qui e dobbiamo pensare a nostra figlia». Cosa insegna questa storia lo spiega bene Cisl Scuola. «Stefania non può restare a Marano a dispetto dei santi e la nostra provincia perderà una brava docente di sostegno, specializzata e appassionata, aggravando ancora di più la carenza di figure con questo tipo di requisiti. Le famiglie che hanno un bimbo certificato perderanno a loro volta un’insegnante stabile per tutto il ciclo di studi e alla fine avremo due grandi sconfitti: Modena e lo Stato», conclude Randazzo.