La lettera di un compagno delle medie a El Koudri: «Salim, perché?»
Le parole dell’amico d’infanzia: «Ho visto tanti ragazzi della nostra generazione perdersi, ma le persone che hai travolto non dovevano pagare per la tua condizione»
MODENA. «Me lo ricordo bene, Salim, alle scuole medie di Bomporto. Era veramente un ragazzino simpatico, molto buono e gentile e mi aveva preso in simpatia». E poi, dopo poche righe: «Salim, perché lo hai fatto? Perché hai fatto una cosa così brutta, perché non hai parlato prima? Io la capisco quella rabbia, quella follia purtroppo la conosco e l'ho vista in tanti altri volti della nostra generazione». Parte così la lunga lettera che Giovanni (nome di fantasia per tutelare la privacy del diretto interessato, ndr) ha scelto di scrivere e di indirizzare a Salim El Koudri, il 31enne italiano di origini marocchine in carcere per la strage di via Emilia centro a Modena in cui sono rimaste ferite otto persone.
La lettera
Una lettera dai contorni umani, in cui si cercano risposte, si pretendono risposte, e che parte da una domanda: perché l’hai fatto, Salim? «Me lo ricordo bene Salim – scrive Giovanni – mi diceva due parole all’entrata e all'uscita, forse perché solidarizzava la mia condizione di vittima di bullismo o forse perché semplicemente non aveva nessun motivo di trattarmi male. A differenza di tanti altri che invece si sono fatti forza sulle debolezze e sulle fragilità di un ragazzino, di tanti ragazzini, che non volevano rispondere alle assurde violenze dei loro coetanei più agitati e prepotenti. Ma Salim, perché lo hai fatto? Perché hai fatto una cosa così brutta, perché non hai parlato prima? Io la capisco quella rabbia, quella follia purtroppo la conosco e l’ho vista in tanti altri volti della nostra generazione. Quella paura che non ci siano vie di fuga, quella sensazione che nessuno possa comprendere e che la soluzione sia la rabbia, la violenza. Fino ad ammalarsi ed a perdersi, in quella provincia così strana che nessuno ti crede quando la racconti. Non sei l’unico: qualcuno non ce l’ha fatta e non c’è più, qualcuno è scappato, qualcun altro si è messo nei guai e uscirà tra molti anni. Tutti ragazzini eravamo, a giocare sulla strada senza educazione. Senza la cura, di cui oggi per fortuna si parla tanto e di cui forse un giorno davvero afferreremo il significato profondo di questa parola».
Perché?
Giovanni vorrebbe capire i motivi – se ci sono – dietro a quel gesto, vorrebbe capire perché sabato pomeriggio il suo ex compagno di scuola alle medie – Salim El Koudri – abbia deciso di partire dalla sua casa di Ravarino in direzione Modena. Armato di un coltello. E perché con la sua Citroen C3 abbia accelerato fino ad «toccare i cento all’ora», come raccontato da alcuni testimoni della tragedia, finendo per travolgere decine di passanti, decine di persone innocenti, in una via Emilia centro affollata come ogni sabato. «Non è giusto fare quello che hai fatto – continua nella lettera – Quelle persone non ti hanno trattato male e non dovevano pagare loro per la tua condizione. Lo so che nessuno ti ha aiutato, ma non si può fare così. Mi domando se tu sia ancora da qualche parte, se tu possa mai un giorno capire queste parole. Ho proprio paura di no, perché se sei arrivato a tanto quel ragazzino non esiste più e quindi tocca solo guardare ai fatti».
L’odio
Nella lettera, Giovanni attacca chi ha usato questa tragedia per fare propaganda e alimentare l’odio razziale: «Ma si – scrive – “buttiamo via la chiave”, “seppelliamolo vivo” e facciamoci ancora forza tra di noi di nuovo. Anzi, che idea geniale “remigriamolo”! E aspettiamo la prossima tragedia che non sapremo comprendere, che non capiremo da dove arriva, che non vorremo perdonare. Non ti perdoneremo mai Salim, non ci perdoneremo mai. (...) Mi dispiace tanto», conclude.
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