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La tragedia

Dimessa e morta suicida, il padre: «Si poteva salvare»

di Daniele Montanari
Dimessa e morta suicida, il padre: «Si poteva salvare»

I due medici che hanno curato la 22enne accusati di omicidio

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NONANTOLA. «Mia figlia era tutta la mia vita. Era tutta la mia famiglia. Cercava aiuto nella sua disperazione, ma non gliel’hanno saputo dare. E io l’ho persa per sempre. Niente me la ridarà mai indietro, però voglio giustizia per quello che è successo». Ha la voce incrinata dall’emozione Antonio Anile, quando esce dal tribunale di Modena. Sono da poco passate le 14, assieme al suo avvocato Mauro Petrella di Bologna è appena uscito dall’aula, dove davanti al gip hanno “battagliato” per evitare che sulla dolorosissima vicenda scenda il sipario dell’archiviazione. Il giudice si è riservato, si conoscerà solo nei prossimi giorni la decisione, su una storia di solitudine e profonda sofferenza interiore.

La 22enne 

Riguarda Maria Anile, ragazza di Nonantola trovata morta dal padre (divorziato, lei viveva solo con lui) nel suo letto a soli 22 anni. Era l’alba del giorno più brutto, il 13 gennaio 2025, verso le 6: «Ero andato a svegliarla come tutte le mattine, ma non rispondeva – racconta con gli occhi lucidi – quando l’ho toccata, ho capito subito cos’era successo». La ragazza la sera prima quando era andata a letto aveva ingerito una dose letale di psicofarmaci, cercando – e trovando purtroppo – la morte nel sonno. Soffriva da tempo di depressione e disturbi, per questo era seguita dal Csm. Ma la terapia evidentemente non era sufficiente a farla stare bene.

La sera precedente

Così, in un attacco di angoscia, la notte prima si era recata al Pronto soccorso di Baggiovara dicendo che stava molto male, e che pensava di farla finita. Secondo quanto ricostruito, è stata visitata da una psichiatra che ha cercato di tranquillizzarla e che l’ha tenuta tre ore circa in osservazione. Poi alle 3.44 del 12 gennaio è stata dimessa. Arrivata a casa, ha trascorso la giornata e poi alla sera ha fatto quello che ha fatto, usando i farmaci che gli aveva dato il Csm.

La protesta del padre

«Io sono convinto che la sua morte si poteva evitare – sottolinea il padre – non si poteva dimettere una ragazza in quelle condizioni, lasciandole la piena disponibilità di farmaci così pericolosi». «La nostra convinzione – continua l’avvocato Petrella – è che l’ospedale non abbia applicato correttamente le linee guida sulla prevenzione dei suicidi: la ragazza andava trattenuta lì. Per questo ho presentato al gip richiesta di opposizione all’archiviazione del caso subordinata a un incidente probatorio in cui un consulente evidenzi l’imperizia medica che c’è stata». Per la vicenda due medici sono finiti indagati per omicidio colposo: la psichiatra del Pronto soccorso e il medico del Csm che aveva in cura la ragazza. La Procura però non ha ravvisato profili di reato, e appunto ha chiesto l’archiviazione. L’avvocato Roberto Mariani, difensore di entrambi gli indagati, ieri ha ribadito con forza la loro correttezza di operato. Vedremo come finirà. 

 

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