Dimessa e morta suicida, il padre: «Si poteva salvare»
I due medici che hanno curato la 22enne accusati di omicidio
NONANTOLA. «Mia figlia era tutta la mia vita. Era tutta la mia famiglia. Cercava aiuto nella sua disperazione, ma non gliel’hanno saputo dare. E io l’ho persa per sempre. Niente me la ridarà mai indietro, però voglio giustizia per quello che è successo». Ha la voce incrinata dall’emozione Antonio Anile, quando esce dal tribunale di Modena. Sono da poco passate le 14, assieme al suo avvocato Mauro Petrella di Bologna è appena uscito dall’aula, dove davanti al gip hanno “battagliato” per evitare che sulla dolorosissima vicenda scenda il sipario dell’archiviazione. Il giudice si è riservato, si conoscerà solo nei prossimi giorni la decisione, su una storia di solitudine e profonda sofferenza interiore.
La 22enne
Riguarda Maria Anile, ragazza di Nonantola trovata morta dal padre (divorziato, lei viveva solo con lui) nel suo letto a soli 22 anni. Era l’alba del giorno più brutto, il 13 gennaio 2025, verso le 6: «Ero andato a svegliarla come tutte le mattine, ma non rispondeva – racconta con gli occhi lucidi – quando l’ho toccata, ho capito subito cos’era successo». La ragazza la sera prima quando era andata a letto aveva ingerito una dose letale di psicofarmaci, cercando – e trovando purtroppo – la morte nel sonno. Soffriva da tempo di depressione e disturbi, per questo era seguita dal Csm. Ma la terapia evidentemente non era sufficiente a farla stare bene.
La sera precedente
Così, in un attacco di angoscia, la notte prima si era recata al Pronto soccorso di Baggiovara dicendo che stava molto male, e che pensava di farla finita. Secondo quanto ricostruito, è stata visitata da una psichiatra che ha cercato di tranquillizzarla e che l’ha tenuta tre ore circa in osservazione. Poi alle 3.44 del 12 gennaio è stata dimessa. Arrivata a casa, ha trascorso la giornata e poi alla sera ha fatto quello che ha fatto, usando i farmaci che gli aveva dato il Csm.
La protesta del padre
«Io sono convinto che la sua morte si poteva evitare – sottolinea il padre – non si poteva dimettere una ragazza in quelle condizioni, lasciandole la piena disponibilità di farmaci così pericolosi». «La nostra convinzione – continua l’avvocato Petrella – è che l’ospedale non abbia applicato correttamente le linee guida sulla prevenzione dei suicidi: la ragazza andava trattenuta lì. Per questo ho presentato al gip richiesta di opposizione all’archiviazione del caso subordinata a un incidente probatorio in cui un consulente evidenzi l’imperizia medica che c’è stata». Per la vicenda due medici sono finiti indagati per omicidio colposo: la psichiatra del Pronto soccorso e il medico del Csm che aveva in cura la ragazza. La Procura però non ha ravvisato profili di reato, e appunto ha chiesto l’archiviazione. L’avvocato Roberto Mariani, difensore di entrambi gli indagati, ieri ha ribadito con forza la loro correttezza di operato. Vedremo come finirà.
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