Lettera di minacce a Bonaccini e Lepore: «Siete condannati a morte»
Recapitata a Palazzo D’Accursio e scoperta da una dipendente del Comune di Bologna. L’europarlamentare modenese: «Non diminuiranno il mio impegno e la passione»
BOLOGNA. «Stefano Bonaccini e Matteo Lepore sono condannati a morte». Una frase, scritta a mano a caratteri cubitali, senza firma e senza altro. È il contenuto della lettera arrivata a Palazzo d’Accursio e scoperta giovedì mattina – 24 settembre – da una dipendente del Comune di Bologna durante il ritiro della corrispondenza. Destinatari il sindaco di Bologna Matteo Lepore, e l’ex presidente della Regione Emilia Romagna, oggi europarlamentare e presidente del Pd. La denuncia è già stata presentata alla polizia. Gli investigatori stanno esaminando le telecamere della zona per ricostruire il percorso della busta e risalire all’autore: al momento non viene esclusa nessuna pista.
Le reazioni
Per Lepore si tratta dell’ultimo capitolo di un’estate pesante. Dopo gli scontri del 20 luglio in centro a Bologna, a margine della piazza per Abderrahim Fakir (il 42enne morto al Pilastro durante un intervento della polizia, ndr), il sindaco era stato sommerso di minacce sui social e via mail, fino all’assegnazione della scorta. Ora l’odio lascia la rete e arriva su carta, fin dentro il Comune. Bonaccini ha risposto su Facebook: «Incitamenti all’odio e al disprezzo, sempre più frequenti (anche e soprattutto sui social) sono il miglior carburante per intimidazioni o, persino, minacce di morte». E ancora: «Di certo, non diminuiranno il mio impegno e la passione. Rincuora la valanga di solidarietà, vicinanza e affetto che sta arrivando in queste ore».
I precedenti
Non è la prima volta, per nessuno dei due. Per Matteo Lepore, come detto, è la coda di un’estate intera. Dopo la notte di scontri del 20 luglio in centro, seguita alla piazza per Abderrahim Fakir, il 42enne morto al Pilastro il giorno prima durante un controllo di polizia, il sindaco era stato travolto da messaggi sui social e via mail. «Lepore ti vogliamo come Fakir», scriveva qualcuno. Altri promettevano di andarlo a prendere, lui e i figli, con tanto di indirizzo di casa, per giunta vecchio. Lepore ha presentato denuncia in Questura, i messaggi sono finiti sul tavolo di Digos e Procura e il 26 luglio la Prefettura gli ha assegnato la scorta. A metà agosto gli indagati per quelle minacce erano già una ventina: negozianti del centro, studenti, residenti fuori regione. Comuni cittadini, a quanto era trapelato. Già allora il segretario provinciale del Pd di Bologna Enrico Di Stasi aveva messo in guardia: quando un sindaco deve vivere sotto protezione, aveva detto, «è sotto attacco il libero esercizio delle istituzioni democratiche». Anche Bonaccini conosce il copione. Nei dieci anni alla guida della Regione Emilia Romagna, dal 2014 al 2024, ha dovuto fare i conti con più di un attacco e di un atto intimidatorio. Come a inizio 2022, quando gruppi no vax diffusero il suo numero di telefono e perfino l’indirizzo di casa. E mercoledì, il giorno prima della lettera in Comune, un’altra lettera anonima, scritta a mano e piena di insulti, era stata lasciata nella buchetta di casa di Giovanni Favia, ex consigliere regionale del Movimento 5 Stelle e oggi candidato sindaco con la civica Uniti per Bologna.
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