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Il racconto

Il pilota dell’ultraleggero precipitato a Sassuolo: «Con il paracadute mi sono salvato la vita»

di Daniele Montanari
Il pilota dell’ultraleggero precipitato a Sassuolo: «Con il paracadute mi sono salvato la vita»

Il pilota 57enne dell’ultraleggero schiantato ripercorre gli ultimi istanti di volo: «Un colpo, poi l’aria è entrata: ho azionato il paracadute con tutte le mie forze»

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SASSUOLO. «Mi sono reso conto subito che non c’era possibilità di mantenere il controllo dell’aereo, e d’istinto ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho tirato per due volte con tutte le mie forze la leva per azionare il paracadute balistico. È stata la decisione di una frazione di secondo. E mi ha salvato la vita». Chi parla è il 57enne romano, ma con famiglia da tempo residente a Modena, che sabato pilotava l’ultraleggero Savannah precipitato sull’aviosuperficie di Sassuolo. È andato completamente distrutto. Ma lui ne è uscito solo con traumi lievi. È domenica mattina, la mattina dopo. E dal letto di ospedale a Baggiovara ripercorre l’accaduto, chiedendo l’anonimato per motivi di privacy. Quello che stupisce, è la lucidità con cui ripercorre tutto, senza mostrare segni di paura. Pur sapendo bene che si è salvato per un soffio.

L’intervista

Ha visto le foto di com’è ridotto il suo aereo?
«Sì, parecchie volte. A vederle, posso dire di essere stato, non so se miracolato, ma certamente fortunato. Potrei non essere qui a raccontarla, lo so bene. È quello che ho detto subito a mia moglie e mia figlia, quando le ho riabbracciate».
Cos’è successo in volo?
«Sarà l’Agenzia per la sicurezza a ricostruire, io posso solo dire questo. Ero in fase d’atterraggio, peraltro sul circuito standard senza traiettorie strane, e ho chiamato tre volte alla radio per segnalarlo: sottovento, in base e in finale. La mia radio funzionava bene, è stata sentita dai piloti degli altri aerei che volavano sull’area. Non so se l’ha sentita anche quello dello Yak. All’improvviso, ho sentito una botta da dietro e subito l’aria che mi entrava nell’abitacolo. Ho capito immediatamente che stavo precipitando, che non c’era modo di governare l’aereo».
E cos’ha fatto?
«È stata questione di una frazione di secondo: mi sono aggrappato alla leva del paracadute balistico e l’ho tirata due volte con tutte le mie forze. Sapevo che se non si apriva subito, sarei stato spacciato. Volavo a 200 metri d’altitudine, ero basso ormai: non avrei avuto una seconda possibilità di azionarla. Sono precipitato nel giro di tre secondi. Il paracadute non ha rallentato quel che dovrebbe perché da quella poca altezza non si è potuto distendere come previsto. Però quel rallentamento ridotto che ho avuto lo stesso è stato decisivo nel salvarmi la vita, riducendo la violenza dell’impatto.
Nello schianto l’aereo non si è incendiato...
«Avevo spento i magneti prima dell’impatto, per evitare l’incendio della benzina. Sono procedure d’emergenza fatte mille volte in addestramento. Mi sono venute in automatico, in quei pochi secondi».
Ha avuto paura di morire?
«Non c’è il tempo per avere paura in quei frangenti. Devi solo essere reattivo, fare le procedure d’emergenza a cui sei stato addestrato. Se ti impanichi, sei finito. È come urlare “sono perduto” in mezzo al mare in tempesta: non serve a niente. Devi prendere delle decisioni, invece. Il più in fretta possibile. Io ho preso le decisioni giuste. Ma non sapevo se mi sarei salvato: se ero qualche metro più basso, non ce l’avrei fatta».
Cosa ricorda dopo l’impatto?
«Nulla. Il mio ultimo ricordo è nel tirare la leva del paracadute. Poi ho un blackout fino al momento in cui mi sono “risvegliato” in ospedale. Anche se in realtà mi hanno detto che sono rimasto sempre cosciente, e che sono uscito da solo dall’abitacolo, trascinandomi per una decina di metri sull’erba. Non so come sono venuto fuori da un abitacolo ridotto così. Mi hanno riferito che ai soccorritori ho detto: “Ma che ci faccio qui?”. Evidentemente l’urto mi ha creato un buco di memoria».
Che cos’hanno detto sua moglie e sua figlia?
«Che sono stato miracolato. E che queste cose non dovrebbero succedere».
Da quanto volava su quel Savannah?
«Da un anno, lo conoscevo perfettamente. Sono 25 anni che volo, anche a Roma, Ravenna, Pavullo e Ozzano. Ho la licenza per ultraleggero avanzato e quella di pilota privato: un po’ d’esperienza ce l’ho...».
Tornerà a volare?
«Sabato avrei risposto di no. Adesso rispondo: vedremo. Devo metabolizzare...».

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