Gazzetta di Modena

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Il duplice omicidio

Anziani uccisi e decapitati in casa, l’analisi di Roberta Bruzzone: «Come in un sacrificio umano»

di Serena Arbizzi

	A destra Vincenza Giannini e sotto il marito Pietro Ferdinando Casari. Nel riquadro Daniele Tavoni
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A destra Vincenza Giannini e sotto il marito Pietro Ferdinando Casari. Nel riquadro Daniele Tavoni

La criminologa sull’assassinio di Pietro Casari e Vincenza Giannini: «Una famiglia non può diventare un reparto psichiatrico, lo Stato deve rispondere»

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MIRANDOLA. «I problemi psichiatrici di questo uomo erano evidenti, organizzati intorno a temi di esoterismo: questo elemento crea una sorta di cornice nelle brutalità di questo omicidio. Probabilmente si è proiettato (Tavoni, ndr) in una dimensione di sacrifico umano tanto da non limitarsi a ucciderli».

L’analisi

La psicologa e criminologa Roberta Bruzzone interviene sulla violenza sconvolgente del duplice omicidio di Pietro Ferdinando Casari, 83 anni, e Vincenza Giannini, 74, i coniugi trovati decapitati nella loro abitazione di via Imperiale 10 a Mirandola con i corpi legati e le teste in un’altra stanza. In carcere con l’accusa di duplice omicidio aggravato c’è il figlio di lei, Daniele Tavoni, 54 anni, che viveva nell’abitazione accanto. Domani si terranno la convalida dell’arresto e l’interrogatorio in carcere. L’attività investigativa è svolta dalla Squadra Mobile coordinata dalla Procura. Il 54enne è stato sottoposto a fermo nella notte fra giovedì e venerdì. A Tavoni fu diagnosticata la psicosi delirante cronica, ma non si ripresentò alla struttura psichiatrica. Anche la reticenza a farsi curare era motivo di pesanti scontri tra le pareti domestiche. Ieri Tavoni ha incontrato in carcere il suo difensore, in vista dell’udienza di domani.

L’ipotesi di un rituale

«Ha inserito questo omicidio in un macabro rituale che progettava chissà da quanto tempo - aggiunge Bruzzone -. Attingeva a un esoterismo “fai da te”. La madre era molto preoccupata già da tempo e aveva tentato di farlo ricoverare. Aveva chiesto aiuto ma senza ottenere quello che sperava. Inoltre, aveva problemi di tossicodipendenza. Il problema, al netto dell’evento tragico, è che abbiamo due anziani con un soggetto gravemente psichiatrico che hanno chiesto aiuto a quanto sembra e questo aiuto non lo hanno ricevuto. Quindi, il problema non è solo di questa storia ma di tutte quelle che sono identiche. Famiglie trasformate in reparti psichiatrici improvvisati. Con persone esposte al rischio. Chiariamo che non tutti i pazienti psichiatrici sono violenti, ma alcuni sì. Quindi, spesso, ci si trova di fronte a genitori anziani che devono gestire persone che non si sono costruite una vita autonoma per ovvie ragioni. Molti problemi sono legati a comportamenti estremamente aggressivi con genitori che finiscono di pagare un prezzo altissimo per l’assenza di un supporto».

Le possibili soluzioni

Cosa si può fare, quindi, di fronte a questa impellente necessità di agire soprattutto sul fronte preventivo di fronte a problemi di salute mentale? «Bisogna ricostruire innanzitutto una catena delle responsabilità. È vero che la donna ha chiesto aiuto? Perché non è arrivato? Perché questo uomo non è stato ricoverato? È un problema di risorse insufficienti? Lo Stato deve dare una risposta - dice la criminologa -. Ce ne sono tantissime di persone così in giro. Bisogna rispondere quando ancora è possibile proteggere queste persone quando guardano ancora i fiori dall’altra parte, non dalle radici.
«Le eventuali carenze vanno accertate e il problema va affrontato - conclude Bruzzone -: una famiglia non può diventare un reparto psichiatrico domestico, con due anziani chiamati a gestire situazioni che richiedono competenze, risorse e interventi professionali. Avere un disturbo psichiatrico non equivale a essere violenti. Proprio per questo occorre valutare ogni situazione seriamente, senza etichette e senza sottovalutazioni. L’amore di una madre non sostituisce le cure. La disponibilità di un familiare non garantisce sicurezza». 

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