Antoine, lo storico speaker del Palapanini dopo la protesta dei tifosi: «Il Tempio va rispettato, c’è una ferita e tornerei per lenirla»
Le parole di Antoine: «Non basta abbassare la musica: va ripristinato il legame tra tifosi, club e squadra»
MODENA. Se il PalaPanini avesse una voce sarebbe quella di Antoine. Lo storico speaker di Modena, dopo trent’anni al microfono del Tempio del volley interviene sulla frattura tra pubblico, società e squadra. Dalla musica troppo alta al ruolo dello speaker, fino alla disponibilità a tornare al PalaPanini per ricucire il rapporto con i tifosi.
L’intervista
Antoine, le era mai capitata una situazione del genere, uno scontro tra lo speaker di casa e il pubblico di casa?
«No, in trent’anni non mi era mai successo, neanche ai tempi della Philips, quando abbiamo attraversato momenti difficili. Credo che il pubblico, i tifosi, gli appassionati facciano l’abbonamento e vengano al PalaPanini per vedere i giocatori e seguire la squadra perché hanno questa droga che li attanaglia fin da quando cominciano a seguire la prima partita. Al primo posto c’è il rispetto per i tifosi, siano essi abbonati o presenti occasionalmente. Al secondo posto c’è la società, che indubbiamente è importante: se non ci fossero Christian Storci e Giulia Gabana potrebbe essere un problema grosso. Non bisogna mai dimenticare che loro ci mettono i soldi e che, se sbagliano, lo fanno in buona fede. Cercano anche di seguire regole che purtroppo sono cambiate a livello mediatico, come quelle legate all’amplificazione e al volume della musica, introdotte negli ultimi anni».
Cosa pensa della diatriba sul volume troppo alto della musica e sulla possibilità per il tifo di farsi sentire?
«Purtroppo, si commette un errore. La pallavolo, a differenza del basket, del calcio e di altri sport, ha una caratteristica: il volume del tifo lo fa il pubblico presente, che sia in curva o in gradinata. La musica deve essere un accompagnamento, un trait d’union tra ciò che accade in campo e ciò che succede sugli spalti. I protagonisti sono due: i giocatori e i tifosi. Per trent’anni ho cercato di tenere collegate queste due componenti, senza mai cercare di sovrastare gli uni o gli altri. Se un giocatore faceva un grande punto, cercavo attraverso i soprannomi di dargli risalto, ma il protagonista era il giocatore, non io. Quando il pubblico faceva i cori, i protagonisti erano i tifosi. Ricordiamo che l’antica Febbre Gialla, il primo nome della grande curva gialloblù, era conosciuta in tutta Europa, non solo in Italia. La curva di Modena è sempre stata tra le più famose e temute dagli avversari, non per gli incidenti, ma per il calore che sapeva trasmettere al PalaPanini. Come diceva Daniele Bagnoli, uno dei più grandi allenatori, o Bruno Da Re, oggi direttore di Trento, Antoine garantiva alla squadra di casa due punti: per arrivare a 25, gli altri 23 li portavano i giocatori e il pubblico. Sono legati da un cordone ombelicale».
Lo speaker deve saper fare un passo indietro quando il pubblico prende la scena?
«Assolutamente. Ricordo, per esempio, Tine Urnaut. Qualche giorno fa ho letto una sua dichiarazione: ancora si ricorda che, quando faceva punto, partiva da me il coro “Tine, Tine, Tine”. Poi mi fermavo e lasciavo continuare il pubblico. Ecco, è proprio questo che vorrei si capisse: il mio lavoro era fare da cordone ombelicale, non gridare dieci volte il nome di un giocatore per dimostrare quanto fossi bravo. La difficoltà di quel lavoro è capire quando il pubblico o la tifoseria iniziano un coro. In quel momento lo speaker deve tacere, la musica deve tacere. I protagonisti sono la curva, i tifosi e i giocatori. Gli altri devono fare un passo indietro. Non possono voler essere protagonisti, altrimenti si cade nel protagonismo personale e si entra in contrasto con chi dovrebbe essere sostenuto».
Per Modena quindi non vale la regola del progresso e dell’evoluzione dello spettacolo? Bisogna rimanere fedeli a quello che è il Tempio?
«Quando vai in un tempio, in un santuario, in un posto che ti dà sensazioni particolari e ti trasmette emozioni, cerchi di viverlo, di partecipare a quella magia. Non vai per cambiarlo. Invece di prospettare guerre in cui anche chi vince perde, bisognerebbe essere mediatori. Se il volume della musica viene richiesto a dieci, magari lo si mette a cinque: si sente comunque. Ricordiamoci anche che l’acustica del PalaPanini non è perfetta e presenta problemi strutturali. Non serve nemmeno gridare continuamente al microfono. C’è differenza tra fare casino e saper sostenere la squadra, trovando il momento giusto per intervenire. Soprattutto, uno speaker non può mettersi contro la tifoseria. Se il pubblico dice che è intervenuto perché c’era silenzio, bisogna chiedersi perché quel silenzio si sia creato. Non lo si risolve usando il microfono».
Tornerebbe a collaborare con Modena Volley?
«Ci tengo molto a sottolineare che Antoine era, è e sarà sempre disponibile a collaborare. Non per fare il ritorno del guerriero che batte tutti. Ma se c’è bisogno di ripristinare quello che per gli avversari era il PalaPanini, quel luogo dove arrivavi e pensavi “ci tocca andare al PalaPanini, io ci sono. Sono disponibile, ma sia chiaro: non è il ritorno del fenomeno che arriva e fa tutto lui. Il mio scopo sarebbe lenire una ferita che oggi sembra praticamente insanabile. Non basta diminuire un po’ il volume della musica: occorre ripristinare il collegamento tra la tifoseria, lo zoccolo duro dei tifosi, la società e la squadra. Perché poi la squadra ne risente, è inutile girarci intorno. Se servisse il mio intervento per due, tre o quattro partite, per cercare di riallacciare tutto, non ci sarebbe alcun problema. È una disponibilità che nasce dal rapporto con questo ambiente».
Se dovesse dare un soprannome a qualcuno dei giocatori di oggi, quale sceglieresti?
«Io, per dare un soprannome, aspetto sempre di vedere i giocatori. Devono trasmettermi qualcosa, una sensazione. Non basta guardare come giocano: andavo agli allenamenti, osservavo come si comportavano, come si muovevano, che canzoni ascoltavano, come parlavano. Cercavo di conoscere la persona. I soprannomi devono nascere da un rapporto autentico. Non puoi arrivare dieci minuti prima della gara, prendere un foglietto, leggere la formazione e andare via. È un rapporto che si costruisce quotidianamente. Forse è anche per questo che tante amicizie durano ancora oggi, con i giocatori di Modena e anche con gli avversari».
Se il PalaPanini avesse una voce, cosa direbbe oggi?
«Presumo di saperlo, perché l’ho visto dall’inizio e l’ho vissuto per tanti anni. Direbbe: “Ragazzi, ricordatevi che se mi avete soprannominato Tempio, il Tempio vuole sì passione, vuole partecipazione, ma fondamentalmente vuole rispetto. Vuole rispetto”. Va bene incutere timore, fra virgolette, nelle squadre avversarie, anche se oggi purtroppo non siamo a un livello tale da fare grande paura. Dentro non possono accadere queste cose».
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